Quando una moto entra in un reparto pediatrico o in uno spazio dedicato alle persone con disabilità, non porta soltanto rumore e adrenalina. Il progetto di Vanni Oddera usa il motocross come esperienza di libertà, relazione e inclusione, con attività pensate per pazienti, bambini e ragazzi fragili. Qui spiego come funziona, quali benefici sono stati osservati, quali sono i suoi limiti e perché la mototerapia è diventata una pratica riconosciuta anche dalla legge italiana.
La mototerapia trasforma la passione per il motocross in un’esperienza di inclusione
- Origine Il progetto nasce dall’iniziativa di Vanni Oddera tra il 2008 e il 2009.
- Destinatari Coinvolge persone con disabilità, bambini ospedalizzati, pazienti oncologici e persone con autismo.
- Modalità Comprende spettacoli di freestyle, giri in moto e attività con motociclette elettriche nei reparti.
- Risultati Uno studio condotto al Regina Margherita di Torino ha rilevato benefici a breve termine su dolore, emozioni e stress.
- Legge Dal 17 gennaio 2025 la mototerapia è riconosciuta in Italia come terapia complementare.
Da un gesto personale a un progetto nazionale
Vanni Oddera, pilota ligure di freestyle motocross, ha trasformato una passione altamente spettacolare in uno strumento di incontro. Il progetto prende forma tra il 2008 e il 2009, quando decide di invitare agli allenamenti alcune persone con disabilità e di condividere con loro la sensazione di libertà legata alla moto.
Il punto non è soltanto salire in sella. L’obiettivo è offrire un’esperienza che spesso sembra fuori portata, restituendo per qualche minuto autonomia, entusiasmo e fiducia. La moto diventa così un mezzo per abbattere una barriera psicologica prima ancora che fisica.
Negli anni l’iniziativa si è allargata attraverso eventi pubblici, associazioni, ospedali e collaborazioni con altri piloti. I numeri comunicati dal progetto parlano di oltre 60.000 persone coinvolte, anche se il dato va letto come una stima complessiva delle attività svolte e non come una statistica sanitaria nazionale.
Come si svolge una giornata di mototerapia
La formula cambia in base al luogo e alle condizioni dei partecipanti, ma mantiene una struttura riconoscibile. Prima arriva lo spettacolo, con evoluzioni di freestyle motocross eseguite in un’area protetta; poi, quando è possibile, i ragazzi possono provare direttamente la moto insieme a un pilota esperto.
Gli eventi all’aperto
Nelle piazze o negli spazi sportivi, il pubblico assiste alle acrobazie e partecipa a una giornata più ampia, spesso con attività accessibili, musica e momenti di incontro con i piloti. Il giro in moto viene organizzato secondo età, condizioni fisiche, desideri della persona e indicazioni della famiglia o degli operatori.
Il Freestyle Hospital
In ospedale l’impostazione è più controllata. Si utilizzano soprattutto moto elettriche, adatte agli ambienti interni, con attenzione a rumore, igiene, spazi di manovra e sicurezza. Il coinvolgimento può limitarsi all’osservazione, al contatto con il pilota o a un breve giro nel reparto.
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La mototerapia take-away
Durante la pandemia è nata anche la formula take-away, con la moto portata direttamente nelle abitazioni delle famiglie. L’idea ha permesso di mantenere un contatto con bambini e ragazzi che non potevano uscire, dimostrando che il progetto non dipende necessariamente da un grande evento o da una pista.
| Formato | Caratteristica principale |
|---|---|
| Evento all’aperto | Spettacolo di freestyle e attività pratiche in un’area protetta |
| Freestyle Hospital | Moto elettriche e interventi concordati con il personale sanitario |
| Take-away | Esperienza portata a casa nei casi di isolamento o difficoltà di spostamento |
Quali benefici può offrire davvero
Definire la mototerapia come una cura capace di sostituire trattamenti medici sarebbe sbagliato. Io la considero soprattutto una terapia complementare, cioè un’attività che può migliorare l’esperienza della malattia o della riabilitazione senza prendere il posto delle cure prescritte.
Uno studio condotto nel reparto di oncologia pediatrica dell’Ospedale Regina Margherita di Torino ha coinvolto circa 50 pazienti, i loro genitori e 25 operatori sanitari. Dopo le sessioni, i questionari hanno indicato una riduzione della percezione media del dolore da 3,24 a 1,66, insieme a un aumento delle emozioni positive e a una diminuzione della tristezza.
Si tratta di risultati interessanti, ma riferiti soprattutto agli effetti immediati dell’esperienza. Non dimostrano che la moto guarisca una patologia e non autorizzano a generalizzare lo stesso effetto a ogni persona. Il beneficio dipende dal quadro clinico, dalla sensibilità individuale e dalla qualità dell’organizzazione.
La parte che mi sembra più importante riguarda l’identità del partecipante. Per qualche minuto il bambino non viene visto soltanto come paziente, ma come protagonista di un’azione. Questa inversione di prospettiva può favorire motivazione, socialità e percezione di sé, soprattutto quando l’ambiente è costruito con rispetto e senza forzature.
Dagli ospedali agli eventi del 2026
La mototerapia è passata dai primi incontri con associazioni locali a una rete di appuntamenti in Italia e all’estero. Le iniziative più riuscite non si limitano allo spettacolo, ma coinvolgono famiglie, volontari, personale sanitario e realtà del territorio.
Nel 2026 la Giornata della Mototerapia Nazionale di Pontinvrea, in Liguria, ha confermato questa impostazione con attività dedicate a ragazzi con disabilità e famiglie. Accanto al freestyle sono state proposte esperienze con minimoto, kart, fuoristrada, automobili e altre attività motoristiche. È un dettaglio significativo, perché mostra come il progetto possa diventare una giornata di partecipazione più ampia, non una semplice esibizione.
La presenza di auto sportive e mezzi speciali crea inoltre un collegamento naturale con il mondo dell’automotive. Qui, però, la tecnologia ha valore solo se resta al servizio dell’accessibilità. Un veicolo spettacolare non basta: servono personale preparato, percorsi sicuri e la capacità di adattare l’esperienza a chi partecipa.
Cosa cambia con la legge italiana
La legge 16 dicembre 2024, n. 210, entrata in vigore il 17 gennaio 2025, ha riconosciuto e promosso la mototerapia come terapia complementare. Il provvedimento la collega al miglioramento dell’esperienza ospedaliera, al percorso riabilitativo e all’inclusione di bambini, ragazzi e adulti con disabilità.
Il riconoscimento giuridico è importante, ma non significa che ogni ospedale debba organizzare automaticamente sessioni in moto. Ogni attività deve rispettare protocolli interni, valutazioni cliniche, responsabilità assicurative e indicazioni delle strutture coinvolte.
Per questo considero prudente parlare di una pratica in fase di consolidamento. Esiste già un’esperienza concreta e sono disponibili risultati incoraggianti, ma la ricerca scientifica resta più limitata rispetto a quella di terapie riabilitative tradizionali. La legge offre una cornice, non una garanzia di efficacia identica per tutti.
Come riconoscere un evento ben organizzato
Per una famiglia interessata, la gratuità dell’iniziativa non dovrebbe essere l’unico criterio. Nei progetti ufficiali la partecipazione è spesso gratuita, ma è più importante capire come vengono gestiti sicurezza e accessibilità.
- Verificare chi coordina l’evento e se esiste una collaborazione con associazioni, medici o strutture sanitarie.
- Chiedere quale tipo di moto viene utilizzato e se sono disponibili modelli elettrici o adattati.
- Controllare che casco, protezioni e modalità di salita siano adeguati alla persona.
- Accertarsi che il giro sia facoltativo e che il partecipante possa interrompere l’esperienza in qualsiasi momento.
- Considerare rumore, affollamento, stimoli sensoriali e tempi di attesa, soprattutto in presenza di autismo o patologie complesse.
- Per gli eventi ospedalieri, seguire sempre il parere del personale curante e le procedure della struttura.
Un errore frequente consiste nel pensare che l’adrenalina sia sempre positiva. Per alcune persone il rumore del motore o la presenza di molta gente può essere stressante. Un buon progetto offre alternative: assistere allo spettacolo, incontrare i piloti, provare una moto ferma o vivere l’esperienza in un momento più tranquillo.
Quando il rumore del motore diventa una possibilità
La forza del progetto di Vanni Oddera sta nel suo linguaggio immediato. La moto non viene presentata come un oggetto da ammirare a distanza, ma come uno strumento da condividere con chi normalmente resta ai margini delle esperienze sportive e motoristiche.
La mototerapia funziona meglio quando unisce emozione, sicurezza e rispetto dei limiti individuali. Non è una cura miracolosa e non deve essere venduta come tale. È un’esperienza complementare che, se organizzata con competenza, può regalare libertà, relazione e un ricordo potente a chi vive ogni giorno situazioni difficili.